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The Brutalist o della committenza

Il film The Brutalist del regista Brady Corbet, con il premio Oscar Adrien Brody, racconta, tra le altre cose, la relazione tra un architetto e il suo committente. Questa relazione mi ha fatto riflettere su ciò che ho sempre pensato riguardo a tale rapporto, che reputo assolutamente aberrante in una società dominata dal consumismo.
Il film è ambientato negli anni immediatamente precedenti al secondo conflitto mondiale, in un’America in grande crescita. Il committente è un industriale che riconosce nel giovane architetto ungherese — in fuga dall’Europa perché ebreo — un grande artista, portatore di idee nuove sull’architettura.
Il rapporto tra i due è inizialmente basato sul reciproco rispetto: mentre l’architetto László Tóth si abbandona alla passione e alle grandi idee sul tema della luce, il committente Harrison Lee Van Buren rimane affascinato da tali soluzioni.

Tuttavia, questo rapporto evolve nel tempo: si passa da un’iniziale FASCINAZIONE per László e il suo progetto, a una progressiva PERPLESSITÀ sulla concretezza e realizzabilità delle sue idee, fino a un vero e proprio FASTIDIO nei confronti della sua rigidità e ossessione, culminando nella DEMOLIZIONE definitiva non solo della figura dell’architetto, ma anche dell’uomo.
Questo film chiarisce, più di ogni altro, la complessità del vero rapporto tra chi progetta, chi finanzia e chi realizza.

In ambito anglosassone, la figura principale è il customer, identificato come la persona o compagnìa che acquista un prodotto o un servizio, rispetto al client, che invece acquista un servizio delegando a una figura professionale un compito che non può svolgere da solo.

Nel processo creativo e nella definizione delle premesse progettuali, il cliente deve spesso essere coinvolto per condividere scelte e orientamenti. Questo coinvolgimento trasforma il cliente da “colui che delega” a “colui che sceglie insieme al progettista”.

In questa situazione, il cliente diventa un committente, cioè colui che affida e raccoglie, che congiunge (dal latino committens, committere: affidare, ma anche mettere insieme).
Mentre in inglese il committente corrisponde a patronage (colui che sostiene il lavoro di qualcuno), in italiano il committente è anche colui che condivide l’orizzonte estetico del progettista, distinguendosi così dalla figura del cliente. Il committente è la figura che dal rinascimento in poi ha rappresentato una cultura del progetto con cui concretizzare le idee; ma tale cultura sembra oggi essersi ridotta anche lei a merce.

Aggiungerei infine un ulteriore livello, al di sotto del client: il cliente/CONSUMATORE, colui che non è interessato né al progetto, né alla figura del progettista, e che vede l’architetto come un semplice venditore di oggetti, un fornitore — né più né meno di un negozio online di scarpe.

In un bellissimo numero di Rassegna n.3 del 1980, intitolato “I clienti di Le Corbusier”, si affronta questo tema alla luce dell’esperienza di un grande architetto in un’epoca di vivace sviluppo culturale e tecnico. Da quelle pagine emerge chiaramente come la vita di un artista, architetto o altro, sia costellata di tanti fallimenti e qualche rara vittoria. Nella ricerca continua di LC di trovare il “partner illuminato” si imbatte sovente in figure come industriali o autorità, ma il suo merito è stato anche spesso di rifiutare un cliente non gradito. Nella ricerca di un “cliente ideale” che sia abbastanza illuminato da credere in progetti sperimentali o almeno dimostrativi di un’architettura che parli linguaggi nuovi.

Oggi, nell’era del capitalismo e del consumismo avanzato, non sembra esserci più spazio per la figura di un architetto ricercatore o intellettuale, ma solo per quella di un semplice fornitore.

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