L’intimità non è sempre silenzio. Esistono ambienti che, pur disposti in architetture complesse dal punto di vista distributivo, non si chiudono in una muta discrezione, ma anzi dichiarano il proprio essere rifugi attraverso segni sensibili: stoffe, luci morbide, oggetti disposti con cura, superfici che accolgono lo sguardo. Tra questi luoghi si distingue il boudoir, che Mario Praz ha descritto come l’ambiente in cui l’interiorità si traduce in estetica, dove l’identità prende corpo attraverso l’arredamento: una identità tutta rivelata.
Non è un caso che nella letteratura della memoria, come quella di Marcel Proust, l’intimità sia spesso legata a luoghi oscuri o nascosti, ma invece luoghi aperti alla luce, abitati da oggetti che diventano spie sensibili del ricordo. Suoni, odori, sapori diventano strumenti del progetto. Il boudoir, nella sua forma più compiuta, è un interno che accoglie e si lascia leggere, che mostra il desiderio di raccogliere il tempo, i pensieri, le passioni. Non più solo un rifugio, ma una piccola scena, un teatro dell’anima quotidiana che spesso è declinato al femminile, mentre lo studiolo è spesso associato alle attività dell’uomo. In passato lo studiolo era un piccolo spazio in cui si conservavano gli strumenti musicali, i libri di filosofia, le immagini dei grandi della letteratura e del pensiero, mentre il boudoir – almeno nel periodo della belle époque- era il luogo della nobildonna in cui profumi, fiori o altro caratterizzavano la sensibilità femminile. Credo che ormai si possa andare oltre a questa separazione di genere.
Il termine intimità richiama etimologicamente ciò che è “più interno”, ciò che non è destinato allo sguardo altrui, ma che proprio per questo diventa luogo di verità. Intimo è ciò che non ha bisogno di esibizione, ma che può essere rivelato nei gesti minimi: la piega di una poltrona consumata, l’ombra morbida di una tenda, un pavimento in parquet scricchiolante.
Lo spazio intimo o di affezione è una narrazione che risuona nei nostri sensi e nel nostro vissuto, una grammatica fatta di oggetti, luci, materie disposti secondo una sovrapposizione che non cancella i singoli significati, ma rende trasparente tutto ciò che è visibile. Questo scenario rende i nostri sensi più ricettivi, aperti alla scoperta di esperienze vissute o da vivere. Lo sapeva bene Proust.
A questa intimità si lega la parola affezione, che rimanda tanto all’affetto quanto all’essere colpiti da qualcosa. Affezione è infatti l’esperienza sensibile e affettiva di un luogo: lo spazio che non solo si abita, ma che ci modifica. Non c’è intimità senza affezione, e non c’è affezione senza una disposizione narrativa, quasi artistica, che conferisce significato alle cose; per questo l’interior designer, il progettista, ha bisogno di sviluppare una sensibilità figurativa, letteraria, culturale che dovrebbe aprire alla poesia.
È in questo senso che lo sguardo di certi scrittori o pittori diventa fondamentale per capire come l’intimità si costruisca visivamente. Le interiorità visive di Vilhelm Hammershøi, ad esempio, non sono mute, ma parlano sommessamente: le stanze vuote, la luce che filtra, le figure femminili voltate di spalle — tutto è racconto, sospensione, eco. Così anche la scrittura, quando si piega all’evocazione di interni, lavora per sottrazione. Non descrive, ma fa affiorare. Le stanze di Proust, o quelle di Hammershøi, sono ambienti in cui l’aria è spessa di pensieri, ma anche le nature di Morandi sono piene di oggetti visti come indizi. In questo modo lo spazio interno non è semplicemente uno sfondo, ma diventa protagonista emotivo, riflesso di chi lo attraversa.
Il boudoir, allora, non è più solo uno spazio storico o femminile, ma un modello dell’intimità espressa: un luogo in cui lo spazio parla, e parla di noi, attraverso un linguaggio fatto di ombre, superfici, relazioni fra le cose. Un interno in cui l’affezione si deposita come polvere leggera — visibile solo a chi vuole vedere.