Di fronte agli spazi delle nostre case, vuoti di vita, mi viene sempre da pensare che esista una vita segreta degli oggetti. Che tra loro parlino, o si osservino, in una solitudine priva dei nostri sentimenti.
Gli oggetti hanno un loro linguaggio, che può essere fatto di materie, forme, colori; ma ciò che più di tutto ci fa amare gli oggetti è la traccia del loro uso, ciò che stimola la riflessione, la passione, la suggestione cioè il contrario dell’effetto WOW.
Amiamo le nostre case, o le nostre città, perché ci parlano dei sentimenti di vite passate, o anche della nostra storia familiare. Uno specchio, allora, sembra carico e saturo degli sguardi dei nostri avi, e così la loro vita, come la nostra, sembra poter lasciare una traccia.
Questi oggetti raccontano storie e, quindi, nel metterli insieme, nel portarli a convegno, nell’inserirli nello spazio — in sostanza, nell’operazione di arredare — è bene capire quali storie portino con sé.
Esaltare la loro natura, il loro uso, il rapporto con il percorso e con la luce: tutto concorre a rendere questi spazi arredati dei luoghi intimi.
Intimi non solo perché abitati, ma perché attraversati da memorie, gesti, sguardi quotidiani. Un angolo di casa diventa intimo quando custodisce silenziosamente ciò che siamo stati: l’intimità non è data dal lusso o dall’ordine, ma dalla coerenza invisibile tra spazio e vissuto, tra ciò che si vede e ciò che si ricorda o che evoca. Arredare, allora, non è solo disporre oggetti, ma disporre storie, creare luoghi che risuonino con chi li abita. In questa armonia tra funzione e affetto, tra presenza e memoria, lo spazio diventa rifugio, specchio e teatro del nostro essere.
Il silenzio degli oggetti è la metafora delle nature morte dei pittori dal rinascimento fino alla modernità, in cui oggetti, frutti, ceramiche, bottiglie, bicchieri, ecc., vivono nel silenzio di un’atmosfera vibrante.
Lo stesso silenzio carico di senso si ritrova nei quadri di Vilhelm Hammershøi, pittore olandese nato nel 1864, capace di restituire l’essenza dell’intimità domestica attraverso interni quasi vuoti, ma vibranti: la luce che filtra dalle finestre, alcuni oggetti disposti con apparente casualità, presenze umane appena visibili, colte di spalle o in attesa, trasformano lo spazio in un luogo di meditazione e memoria. In quei dipinti, come nelle nostre case, è il silenzio delle cose a raccontare le storie più profonde. Comincerei da qui per progettare un interno che sia di una casa, di un ufficio o di una semplice sala di aspetto di un dentista.